L’anniversario della condanna a morte di Adolf Eichmann, pronunciata a Gerusalemme il 15 dicembre di sessantaquattro anni fa, si torna inevitabilmente a uno dei volti più inquietanti del Novecento: non quello del fanatico urlante o del carnefice sanguinario in prima linea, ma quello del funzionario zelante, del burocrate che trasformò lo sterminio in una pratica amministrativa, fatta di modulistica, orari ferroviari e linguaggio anodino. Eichmann non fu l’ideologo del nazismo né uno dei suoi grandi tribuni; fu qualcosa di forse ancora più terribile: l’uomo che rese possibile la Shoah nel suo funzionamento quotidiano.
Nato nel 1906, Eichmann entrò presto nelle SS e trovò nel servizio per la “questione ebraica” la propria carriera. Dopo l’Anschluss dell’Austria, nel 1938, mostrò subito una capacità organizzativa che impressionò i suoi superiori: a Vienna mise in piedi un sistema di espulsione forzata degli ebrei che combinava minacce, spoliazione economica e una spietata efficienza burocratica. Quella che inizialmente era “emigrazione forzata” divenne, con la guerra e soprattutto dopo il 1941, deportazione verso la morte. Da capo della sezione IV B4 dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, Eichmann fu uno dei principali coordinatori logistici della “soluzione finale”: il suo compito era far sì che milioni di esseri umani venissero caricati sui treni, consegnati ai campi di sterminio e cancellati dal mondo con la stessa freddezza con cui si spedisce una merce.
Non firmò ordini di esecuzione con le proprie mani, ma fu presente a Wannsee nel gennaio 1942, quando la distruzione degli ebrei d’Europa venne discussa come un problema tecnico da risolvere. Visitò Auschwitz, Treblinka, Sobibór; sapeva perfettamente cosa accadeva all’arrivo dei convogli. Eppure, nei suoi interrogatori e al processo, continuò a rifugiarsi dietro la formula che sarebbe diventata tristemente famosa: “Ho obbedito agli ordini”. Si descriveva come un ingranaggio, un semplice esecutore. Hannah Arendt, seguendo il processo per il New Yorker, colse in questa autodifesa il nucleo di quella che definì la “banalità del male”: non un mostro eccezionale, ma un uomo mediocre, incapace di pensiero critico, che aveva rinunciato a giudicare moralmente le proprie azioni.
Dopo la sconfitta della Germania nazista, Eichmann riuscì a fuggire. Passò per campi di prigionia alleati sotto falsa identità, poi, grazie alle reti di fuga che portarono molti ex nazisti in Sudamerica, arrivò in Argentina. A Buenos Aires visse per anni come Ricardo Klement, operaio, padre di famiglia, apparentemente invisibile. La sua tranquillità fu incrinata da una serie di coincidenze e di ostinazioni: un sopravvissuto alla Shoah, Lothar Hermann, sospettò la vera identità di quell’uomo e segnalò la cosa alle autorità israeliane. Il Mossad avviò un’operazione rischiosa e segreta, temendo che l’Argentina non avrebbe concesso l’estradizione.
La cattura, nel maggio 1960, ebbe qualcosa di cinematografico. Eichmann fu seguito per settimane, osservato mentre tornava dal lavoro in autobus, mentre percorreva una strada sterrata verso casa. Una sera, un commando lo bloccò, lo immobilizzò e lo fece sparire nel silenzio. Per giorni fu tenuto nascosto, interrogato, fino a quando venne portato fuori dal paese sedato e travestito da membro dell’equipaggio di un volo della compagnia El Al. Quando Israele annunciò al mondo di avere Eichmann in custodia, la notizia ebbe l’effetto di un terremoto morale e politico.
Il processo, iniziato nel 1961, fu uno dei primi grandi momenti di testimonianza pubblica della Shoah. Sopravvissuti da tutta Europa raccontarono ciò che avevano visto e vissuto; per molti, fu la prima volta che il mondo ascoltava direttamente quelle voci. Eichmann, chiuso in una gabbia di vetro, ascoltava impassibile, prendendo appunti, correggendo dettagli. Il procuratore Gideon Hausner disse in aula una frase rimasta celebre: “Quando mi trovo qui davanti a voi, giudici d’Israele, non sono solo”
