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PISSTA

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π€π’π“πˆπ€ππ€π“π“π„: 𝐋𝐀 𝐏𝐀𝐂𝐄 πƒπ„πˆ π•πˆππ‚πˆπ“πŽπ‘πˆ

    L’Iliade finisce con i solenni funerali di Ettore. Ma la guerra non finisce quando la cittΓ  cade. La guerra finisce quando il piΓΉ forte decide cosa deve sopravvivere e cosa deve sparire.

    Dopo l’incendio di Troia, i re greci si radunarono sulle rovine fumanti.  Avevano vinto, e adesso dovevano “garantire la pace”. Ogni volta che un vincitore usa la parola pace, Γ¨ meglio stare attenti: di solito significa che qualcuno pagherΓ  un prezzo che non ha scelto.

    Il problema fu individuato, era Astianatte, il figlio di Ettore, un bambino, l’unico superstite del futuro troiano.

    Troia era stata grande, aveva resistito dieci anni all’assedio della coalizione piΓΉ potente mai vista, ma adesso era un cumulo di cenere, e chi decide del futuro siede nel campo greco. Nessun troiano superstite Γ¨ invitato a parlare.

    La pace non si negozia, si impone. Non a caso la chiamano pace: perchΓ© chi ha vinto scrive le regole, e chi ha perso le subisce.

    Odisseo parlΓ² per primo.

    “𝑆𝑒 π‘žπ‘’π‘’π‘ π‘‘π‘œ π‘π‘Žπ‘šπ‘π‘–π‘›π‘œ π‘π‘Ÿπ‘’π‘ π‘π‘’π‘Ÿπ‘ŽΜ€, π‘Ÿπ‘–π‘π‘œπ‘Ÿπ‘‘π‘’π‘Ÿπ‘ŽΜ€. 𝐸 𝑠𝑒 π‘Ÿπ‘–π‘π‘œπ‘Ÿπ‘‘π‘’π‘Ÿπ‘ŽΜ€, 𝑒𝑛 π‘”π‘–π‘œπ‘Ÿπ‘›π‘œ 𝑐𝑖 π‘ π‘“π‘–π‘‘π‘’π‘Ÿπ‘ŽΜ€. πΊπ‘’π‘‘π‘‘π‘–π‘Žπ‘šπ‘œπ‘™π‘œ π‘‘π‘Žπ‘™π‘™π‘’ π‘šπ‘’π‘Ÿπ‘Ž.”

    Non c’Γ¨ nessuna opposizione nel resto della scena. Agamennone non si oppone. Menelao non si oppone. Diomede non si oppone. Neottolemo, che ha appena preso Andromaca come schiava, resta in silenzio: non gli interessa il figlio, gli interessa la donna.

    È uno dei momenti piΓΉ cupi del mito troiano, perchΓ© mostra una cosa semplice: π₯𝐚 𝐩𝐚𝐜𝐞 𝐝𝐞𝐒 𝐯𝐒𝐧𝐜𝐒𝐭𝐨𝐫𝐒 𝐧𝐨𝐧 πžΜ€ 𝐩𝐚𝐜𝐞, πžΜ€ 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨π₯π₯𝐨. Tutti gli altri la accettano perchΓ© conviene, o perchΓ© sono stanchi, o perchΓ© temono di essere i prossimi.

    Andromaca urla, si strappa le vesti, si getta ai piedi di Neottolemo. Ecuba, la madre di Ettore, Γ¨ lΓ¬ accanto. Un tempo era regina della cittΓ  piΓΉ ricca d’Oriente, ora Γ¨ una vecchia schiava che guarda la scena senza poter fare niente. 

    Vede cosa stanno per fare al nipote e resta in silenzio, non per indifferenza ma per impotenza totale. La schiava non ha voce nel consiglio dei vincitori, la madre vinta non ha diritti sulla vita del figlio, la nonna che fu regina non ha piΓΉ peso politico.

    Strappano Astianatte dalle braccia di Andromaca e lo buttano giΓΉ, o meglio, Neottolemo lo getta giΓΉ dalle mura. La scena Γ¨ proprio quella, dalle mura di Troia un bambino cade nel vuoto.

    I Greci lo chiamano “necessario”. Gli dei tacciono. Gli altri regni, quelli che commerciavano con Troia, che ne rispettavano la potenza, che forse le dovevano qualcosa, non intervengono.

    GiΓ  non intervengono, in fin dei conti Troia Γ¨ finita, la coalizione greca Γ¨ troppo forte e ognuno ha i propri confini da difendere, meglio tacere, meglio fingere che non sia affar loro.

    La struttura Γ¨ sempre la stessa: il forte decide cosa puΓ² sopravvivere, gli alleati del forte tacciono per interesse, i vicini guardano altrove per paura, e la vittima scompare dal tavolo dove si discute il suo futuro.

    La morte di Astianatte non Γ¨ un episodio minore della tradizione post-omerica, Γ¨ un avvertimento geopolitico di tremila anni: quando la pace nasce dalla paura del futuro, diventa un ulteriore atto di guerra mascherato.