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Polizia Locale, voglia di riforma. Ma si farà? Ecco la Polizia Locale che ci piacerebbe davvero

    di Lorenzo Borselli
    Ispettore della Polizia di Stato
    Responsabile della comunicazione di ASAPS

    In attesa della riforma che lo riguarda, che probabilmente si farà attendere ancora parecchio, se volete ferire la sensibilità di un agente di Polizia Locale (o Municipale o Provinciale, fate voi) chiamatelo “Vigile Urbano”: probabilmente si arrabbierà moltissimo e, credeteci, ne avrebbe ben donde.

    Perché?

    È molto semplice.

    A partire dagli anni ’70 i “pizzardoni” hanno visto rivoluzionare, con modi e tempi diversi, le proprie strutture organizzative, soprattutto nelle grandi città.

    Poi, col tempo e soprattutto al centro ed al nord Italia, le forze di polizia ad ordinamento locale si sono uniformate tra loro, hanno creato centri di formazione ed eccellenze tali da far invidia ai corpi dello Stato ma, al momento, il loro status funzionale è di fatto ancora relegato ad un livello inferiore.

    Perché?

    Insomma, perché non approfittare di una risorsa, in termini di sicurezza, così importante?

    Sessantamila operatori in più (tanti sono i poliziotti locali in Italia) potrebbero ragionevolmente contribuire alla pubblica sicurezza in maniera maggiore rispetto ad oggi, con armi decisamente spuntate.

    Sapete che la Polizia Locale effettua indagini ma non ha accesso alla consultazione dello SDI, l’archivio informatico del ministero dell’Interno, in cui sono riportati i pregiudizi di polizia o le segnalazioni circa le persone, mentre per verificare se un veicolo o un documento abbia provenienza illecita, l’accesso che al momento le è consentito è lo stesso dei privati cittadini?

    Da anni, dopo la riforma legislativa del 1986, quando cioè venne soppressa la figura del “Vigile” a favore di quella dell’“Agente”, tutti gli operatori delle forze dell’ordine locali attendono una riforma organica, che conduca i loro rispettivi corpi al medesimo rango delle consorelle nazionali.

    L’occasione ci sembra importante perché anche le quattro forze dello Stato (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia Penitenziaria) avrebbero bisogno di una rivisitazione importante in merito al loro

    coordinamento ed alla distribuzione sul territorio.

    Attenzione: questo articolo si propone al lettore non per spiegare i tecnicismi della “delega al Governo per il riordino delle funzioni e dell’ordinamento della polizia locale”, ma per affermare che il Paese ne ha un estremo bisogno.

    Per chi, come noi, è in servizio operativo, le lacune dell’attuale spiegamento di forze sul territorio sono evidenti, a cominciare dal “primo squillo” ai numeri di emergenza: le grandi città, le cosiddette aree metropolitane, possono contare su servizi di Polizia Locale anche notturni, ma altrove non è così e se non fosse per qualche sparuta autoradio dei Carabinieri, le aree extraurbane sarebbero da considerarsi “scoperte”,

    Per chi, come noi, è in servizio operativo, le lacune dell’attuale spiegamento di forze sul territorio sono evidenti, a cominciare dal “primo squillo” ai numeri di emergenza: le grandi città – le cosiddette aree metropolitane – possono contare su servizi di Polizia Locale anche notturni, ma altrove non è così e se non fosse per qualche sparuta autoradio dei Carabinieri, le aree extraurbane sarebbero da considerarsi “scoperte”, come ci ricorda la tragica vicenda del femminicidio di Giulia Cecchettin, mentre nei reticoli urbani il pronto intervento è addirittura spartito in quadranti tra Volanti della “PS” e Radiomobili dei “CC”.

    Che nessuno abbia il coraggio di negarlo, perché se apriamo bocca, poi, sono dolori.

    All’estero, nei paesi più vicini allo Stivale, come funziona?

    In Spagna i circa 65mila “policìa locales” sono inquadrati organicamente secondo una legge del 1986 (la n. 2/1986), la quale stabilisce le funzioni minime in materia di prevenzione dei reati e della loro repressione, interagendo nei territori di propria competenza in perfetto coordinamento con le altre amministrazioni, arrivando all’esempio dei Mossos d’Esquadra e della Guardia Urbana catalani o all’Ertzaintza e all’Udaltzaingoa dei Paesi Baschi, forze di polizia “autonomicas” che rivestono competenze identiche alla Policia Nacional ed alla Guardia Civil (che addirittura nelle regioni autonome hanno invece funzioni di mera rappresentanza).

    Ogni corpo di polizia locale ha aliquote antisommossa e anche a loro spettano funzioni di pubblica sicurezza:

    tanto per essere chiari, le polizie autonomiche hanno anche reparti d’élite formati come i nostri NOCS o GIS. I servizi di polizia stradale, a Madrid e dintorni, sono tutti in carico alla Direzione Generale del Traffico (DGT), la quale si avvale di tutte le forze disponibili, comprese le polizie locali ed autonomiche, anche se la Guardia Civil (forza militare equivalente ai Carabinieri), con la sua specialità della Agrupaciòn de Trafico, resta la principale e più qualificata risorsa.

    Per inciso, i colleghi spagnoli delle polizie dello stato sono da anni in agitazione per ottenere l’equiparazione.

    del proprio salario a quello delle polizie autonomiche (catalane e basche in primis), dove gli agenti percepiscono circa il triplo degli emolumenti di un parigrado della Policia Nacional o della Benemerita.

    Questo per dire che in Spagna, a parità di rango, alcuni corpi locali pagano meglio i suoi operativi.

    In Portogallo accanto alle due forze di sicurezza dello Stato, la Polícia de Segurança Pública (PSP) e la Guarda Nacional Republicana (GNR), anch’essa come la Guardia Civil spagnola ad ordinamento militare, opera un piccolo esercito di agenti locali, tutti dipendenti dalle amministrazioni comunali, così come previsto dalla Costituzione di Lisbona (articolo 237, paragrafo 3): a loro spetta tutta l’attività di controllo anche delle norme nazionali, anche di natura tributaria, il cui accertamento è specificatamente demandato ai comuni.

    Nelle città più grandi i suoi organici rivestono mansioni anche di pubblica sicurezza.

    In Francia sono operativi circa 25mila agenti municipali, organizzati in base ad una legge del 2003 (n. 2003-239/2003), norma che chiama in causa anche gli agenti forestali (dipendenti dagli enti locali), per i quali le competenze sono simili a quelle dei colleghi italiani: tuttavia, al momento è loro riconosciuta una specifica competenza in merito alla prevenzione ed alla repressione dei reati afferenti alla microcriminalità urbana.

    Un certo dibattito divide la politica tra chi vorrebbe delimitare il campo d’azione ai controlli tipici del comune (commercio, urbanistica e sosta) e chi invece vorrebbe approfittare delle competenze e delle risorse locali anche in chiave più strategica, sia sul fronte della polizia giudiziaria che su quello del pronto intervento tout-court.

    Il caso della Svizzeraè solo apparentemente più complesso: vi operano la Polizia Federale e il Corpo delle Guardie di Confine, dipendenti dal governo federale, e sono attivi 26 corpi di Polizia Cantonale, indipendenti e non subordinati alle autorità centrali, ai quali si aggiunge una rete di circa 300 strutture di Polizia Comunale, le più consistenti delle quali dispongono di strutture investigative.

    Molte polizie comunali si stanno consociando tra loro e tra esse spicca l’esempio virtuoso di Berna e del suo circondario, in cui tutti i corpi presenti hanno dato vita ad un servizio unificato, ottenendo enormi risparmi economici e conseguendo, soprattutto, un sistema integrato senza contrapposizioni.

    Ma in termini di organizzazione e razionalizzazione, l’esempio più illuminante d’Europa ci sembra quello dell’Austria, in cui una riforma epocale in chiave di riassetto ed ergonomizzazione c’è stato davvero nel 2005, quando la Gendarmeria Federale, forza a ordinamento militare, venne disciolta e, contemporaneamente, il Corpo delle Guardie di Sicurezza Federali e quello della Polizia Criminale vennero accorpati ad un’unica Polizia, alla quale vennero trasferiti anche tutti i gendarmi.

    La Örtliche Sicherheitspolizei (Polizia di Sicurezza Locale) opera nei territori di propria competenza secondo quanto previsto dalla Costituzione federale austriaca, in un’ottica di polizia di prossimità: per il cittadino, spesso, è il primo punto di riferimento.

    La realtà europea delle polizie locali è dunque molto simile al caso italiano, ma una sostanziale differenza c’è: il loro ruolo è quello di una forza di polizia a tutti gli effetti, dipendente e collegata strategicamente alle direttive dei vari ministeri dell’interno, coordinata, formata ed equipaggiata esattamente come le forze di sicurezza centrali.

    Del caso italiano, infatti, possiamo stigmatizzare tre aspetti sostanziali: la formazione, le competenze e la dignità (anche salariale).

    Ma prima di dire la nostra su questo specifico aspetto, parliamo della riforma in cantiere.

    In apertura abbiamo detto (e lo sottoscriviamo) che probabilmente si farà attendere ancora parecchio: è una sensazione, palpabile, perché ci sembra che non ci sia alcuna intenzione di riorganizzare le cose, nonostante i proclami e una specifica delega al governo.

    Eppure, si tratterebbe di formalizzare e rendere più efficiente ciò che molti corpi cittadini italiani hanno già raggiunto con percorsi più o meno autonomi, sicuramente illuminati, “esplosi” letteralmente con la crescente istanza di sicurezza cittadina che la politica si è vista richiedere dall’elettorato (e dalla sua pancia) ed alla quale ha risposto spesso in maniera sconclusionata, per non dire altro.

    Già dagli anni ’90 le polizie locali sono divenute, in maniera spesso sbagliata e sulla propria pelle, strumento della realizzazione politica dei vari sindaci “sceriffo”, ma è un dato di fatto che negli ultimi anni i “ghisa” si sono trovati ad essere forza di polizia di sicurezza a tutti gli effetti, andando ad occupare il posto che le polizie dello Stato hanno lasciato vuoto: e badate che non parliamo solo di sicurezza stradale, anche se poi la vacanza di organici della Specialità e la progressiva chiusura dei presidi della Stradale ha letteralmente obbligato i corpi locali a doversene far carico, a volte scompostamente, certo, ma il più delle volte con grandissima professionalità ed efficienza.

    Bisogna dirlo: se oggi sulle strade italiane muoiono meno persone di dieci o venti anni fa, il merito è soprattutto loro.

    È per questo motivo che è necessario procedere a riformare tutto il comparto, fermo alla legge n. 65/1986 (legge quadro sull’ordinamento della polizia municipale) e fare in modo che le eccellenze formative e di risultato conseguite nel Nord e nel Centro Italia vengano raggiunte anche nel Mezzogiorno.

    Il nocciolo della questione è questo: vogliamo o no che l’armata dei “caschi bianchi” si evolva in vera e propria “forza di polizia”, come quelle previste dall’ordinamento della legge 121/1981 (che per intenderci ha smilitarizzato il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, il Corpo degli Agenti di Custodia e il Corpo Forestale dello Stato) o vogliamo tenerci una Ferrari col motore di una Simca?

    Vogliamo dare ai corpi la necessaria dignità (anche economica) e i necessari strumenti per concorrere

    fattivamente alla sicurezza pubblica o preferiamo gettare via il bambino con l’acqua sporca?

    Ma quanto sarebbe bello se tutte le forze di polizia italiane avessero una medesima formazione, con un corso basico unico per Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia Penitenziaria e Polizia Locale?

    Poi, a prima parte finita, ogni ente potrà specializzare i propri operatori secondo le rispettive e specifiche esigenze, ma quanto sarebbe “figo” avere una centrale operativa unica, con tutti gli agenti che rispondono alla stessa radio, che parlano tra loro durante un intervento o che – sogno irrealizzabile – quell’intervento lo potessero addirittura fare insieme?

    E quanti soldi risparmieremmo se alla fine della fiera avessimo una sola “polizia” sul modello austriaco?

    La sostanziale differenza tra il caso italiano e l’assetto degli altri stati europei è che le polizie locali estere sono in larga parte collegate direttamente con le polizie nazionali, ma forti del quid pluris rappresentato dalla propria presenza in un “determinato” territorio, dipendente da un “determinato” ente locale che quel territorio governa e rappresenta, in diretta e precisa “prossimità” con la cittadinanza.

    La creazione di un comparto “sicurezza locale” o “di prossimità” in capo a comuni ed aree metropolitane, aprirebbe alla possibilità di disporre di nuovi capitoli dei bilanci che permetterebbero pianificazioni diverse, dedicate.

    Se la Polizia Locale di Milano, per fare un esempio, avrà una sua dignità investigativa pari a quella delle forze centrali (ad esempio potendo utilizzare uno strumento basilare come il terminale dell’Interno), potrà agevolmente lavorare ai fenomeni criminali tipici del suo reticolo urbano in pieno e sinergico raccordo con i colleghi della Polizia di Stato, dei Carabinieri o della Guardia di Finanza.

    Ma questo solleverà altri problemi e, come è chiaro, non può bastare la concessione delle credenziali d’accesso alle banche dati investigative (che la polizia locale già alimenta, sia chiaro, ma che non può consultare) per risolvere il problema della razionalizzazione: ma vi sembra normale che in una medesima città ci siano almeno quattro forze di polizia che fanno le stesse cose e che poi, nei “territori” tanto cari alla politica non si sia capaci di correre in aiuto di una ragazza mentre il suo carnefice la picchia in strada, la ammazza e la porta a centinaia di chilometri per poi farsi catturare in un altro Stato?

    Come direbbe Crozza, imitando Zaia, “ragionateci sopra”…