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ll Risorgimento: il fuoco di Napoli

     Finita la grande avventura napoleonica, finito quel sogno che aveva fatto sperare in un cambiamento, l’Europa si ritrovò a voltare pagina.

    Al Congresso di Vienna, le grandi potenze ridisegnarono i confini come se fossero semplici linee su una carta, e i vecchi Re tornarono a sedersi sui loro troni.

    Era l’epoca della Restaurazione, e il vecchio ordine voleva riprendersi tutto.

    A Torino, Vittorio Emanuele I era così ostile a ogni ricordo francese che, si dice, fece gettare via perfino sedie e calamai, come per cancellare anche l’ombra di quei decenni.

    Ma a Napoli, le cose andarono diversamente. Qui, Re Ferdinando I, tornato sul trono dopo l’esilio, si dimostrò più realista, o forse più furbo.

    Lui sapeva bene che l’amministrazione voluta da Gioacchino Murat, quel re francese che aveva governato la città, era moderna, veloce ed efficiente.

    E così, invece di distruggere tutto, preferì tenerla in gran parte, cambiando solo gli uomini che la dirigevano.

    Napoli continuò a funzionare, insomma, ma sotto bandiere diverse.

    Eppure, per quanto il Re cercasse di mantenere l’ordine, l’anima della città era cambiata.

    L’Italia era di nuovo “fatta a pezzi”, divisa in tanti piccoli Stati, ma a Napoli, cuore del Sud, il desiderio di libertà non si era spento.

    Anzi, covava sotto la cenere, pronto a riaccendersi.

    Nelle strade, tra i vicoli e soprattutto nei caffé in via Toledo, si respirava aria nuova.

    Qui, studenti venuti da tutta la Sicilia, da Calabria, da Puglia e Basilicata si ritrovavano per discutere.

    Erano tempi duri, di censura e di controllo, e così si operava “nella clandestinità”.

    Si scambiavano fogli stampati di nascosto, si organizzavano riunioni, si parlava di indipendenza e di unità.

    Le società segrete, come i Carbonari, avevano qui uno dei loro terreni più fertili.

    Erano come una rete invisibile che legava tra loro intellettuali, professionisti e giovani, tutti uniti dallo stesso sogno: vedere la propria terra libera e unita.

    E tra le menti che alimentavano questo fuoco, c’era anche chi aveva visto il mondo.

    Come Filippo Buonarroti, nobile e rivoluzionario, che aveva partecipato in Francia ai grandi sommovimenti e poi era diventato una guida per questi patrioti.

    Viaggiava, scriveva, incoraggiava.

    Era come chi va di porta in porta ad attizzare la brace, perché sapeva bene che a Napoli, la fiamma non si era mai spenta veramente.

    Perché questa città, si sa, ha nel sangue la passione e la ribellione.

    E anche quando tutto sembrava tranquillo, sotto le pietre di via Toledo c’era già chi preparava il futuro.