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IL MIRACOLOSO RISVEGLIO DI DUE EROI

    Quando, il 16 agosto 1972, i due “giganti” vengono rinvenuti sul fondale marino della costa ionica della Calabria – siamo a Riace, comune che da quel momento sarebbe diventato famoso in tutto il mondo oltre che per il mare – si capisce subito che si tratta di un “miracolo”.

    Le due figure si trovano sdraiate una accanto all’altra: una è adagiata sul dorso, l’altra sul fianco; entrambi nudi, hanno lasciato cadere, nell’atto di addormentarsi, le armi – la lancia (che stringevano con la mano destra, se ne vedono dei frammenti nei pugni chiusi), lo scudo (fissato al braccio sinistro, se ne vede l’attaccatura) e l’elmo sotto il quale portano, quale “supporto”, il primo una fascia, il secondo una specie di calotta.

    Entrambi alti oltre due metri, i guerrieri di Riace, nel loro bronzo in alcuni tratti eroso e lucente, in altri ricoperto da incrostazioni, dopo un passaggio televisivo con tanto di celebrazione pubblica, vengono ricoverati a Firenze, dove sapienti restauratori li sottopongono ad analisi “cliniche” di ogni tipo e li “rimettono in sesto”, garantendo così la loro incolumità: il repentino passaggio dall’acqua all’aria avrebbe potuto difatti comprometterne lo stato di buona salute in men che non si dica.

    Nel corso delle analisi, i restauratori scoprono che i due guerrieri presentano un diverso “gruppo sanguigno”, ossia il bronzo che li compone ha una diversa combinazione di rame e di stagno, presentando poi in alcuni punti del piombo (fatto quest’ultimo che rivela che le statue furono restaurate già in tempi antichi).

    Quanto alla tecnica realizzativa, le analisi delle terre che si trovano nelle cavità dei bronzi consentono di appurare che i due manufatti furono fusi con la tecnica della cera persa – e fin qui nulla che non fosse prevedibile – utilizzando la procedura cosiddetta diretta.

    Quest’ultima specifica, per molti insignificante, è in realtà fondamentale: a differenza della procedura indiretta, eseguibile a pezzi, con la forma e i calchi riutilizzabili (nel caso in cui il primo tentativo di fusione andasse male), la procedura diretta non consente errori, o la va o la spacca. Perché mi sono dilungato su questo dettaglio tecnico? Perché la procedura diretta, più audace e rischiosa, indica che a realizzare i due guerrieri di Riace sono stati artisti di primissima grandezza. Artisti, al plurale: sembra difatti che i due eroi calabresi abbiano padri diversi.

    Le certezze finiscono qui. Il nome degli esecutori è ignoto, così come la città di provenienza delle statue: si suppone che provengano dalla #Grecia, non sappiamo però da dove, così come non sappiamo chi raffigurassero, magari gli eroi fondatori della città, o dei generali, o forse degli atleti, o ancora dei principi.

    Certo è che in epoca romana era uso che statue come queste venissero soventemente portate in Italia quale bottino di guerra, per arredare ville e palazzi.

    Nel caso in esame, durante la navigazione, nei pressi di Riace, la nave che trasportava i nostri due uomini dovette trovarsi costretta a gettare in mare parte del carico: i due guerrieri finirono così in fondo allo Jonio.

    Diversamente la pensano alcuni studiosi, che sostengono che l’imbarcazione sia naufragata insieme al carico, ipotesi questa supportata dal fatto che vicino ai bronzi sono stati ritrovati un pezzo di chiglia di nave e alcuni anelli di vela.

    Personalmente mi auguro che si sia verificata la prima versione, ed egoisticamente dico che l’aver dovuto gettare in mare il carico sia stata per noi una fortuna; se ciò non fosse avvenuto, difficilmente avremmo potuto oggi ammirare i due bronzi, essendo gli antichi manufatti andati quasi del tutto perduti per il reimpiego del materiale per altri meno nobili utilizzi.

    E chissà che a Riace non vi siano altri eroi, a riposare in fondo al mare… in attesa di essere ridestati dal loro sonno millenario.