“El ingenioso hidalgo don Quijote de La Mancha” è il primo romanzo moderno e probabilmente il più grande romanzo di tutti i tempi, il libro senza il quale non sarebbero esistiti Stendhal, Hugo, Dumas, Tolstoj, Dostoevskij, Dickens, Melville, Manzoni, Collodi, Eco e via discorrendo. Vi sono una quantità impressionante di archetipi a partire dalla coppia di “opposti che si completano” formata da cavaliere idealista e scudiero terra terra che avrà diverse repliche (si pensi solo a Sherlock Holmes e il dottor Watson). Eppure questo libro nasce come semplice parodia.
All’epoca di Cervantes la cavalleria non esisteva già più ma i romanzi cavallereschi erano una vera mania. Cervantes era probabilmente stanco di vedere tutta quell’ammirazione riservata a personaggi fittizi mentre lui, eroe di guerra che aveva perso una mano a Lepanto ed era stato prigioniero dei turchi ma non aveva mai rinnegato il Cristianesimo a differenza di altri che abbracciavano l’Islam per fare carriera (anzi, aveva pure organizzato una rivolta di schiavi cristiani), viveva di stenti. Per tutto il libro si sente che a Cervantes i romanzi cavallereschi stanno sullo stomaco.
Il Don Chisciotte quindi parte come parodia dei romanzi cavallereschi e Cervantes mescola un altro genere, tipicamente spagnolo: il romanzo picaresco. Solo che i protagonisti dei romanzi picareschi, i Lazarillo de Tormes e i Guzman de Alfarache, sono dei cinici bastardi mossi dalla fame mentre qui il personaggio più “picaresco”, Sancho Panza, è sì terra terra e mosso da avidità, ma anche lui è scemotto a credere che quello strambo hidalgo che si schianta contro le pale dei mulini possa davvero dargli un’isola in regalo.
Per gran parte della prima parte del Chiscootte non sentiamo simpatia per questo vecchio scemo del quale Cervantes vuole prendersi gioco. È come se oggi un boomer, a furia di leggere fumetti di Batman, si mettesse un costume pensando di fare il supereroe.
Ma piano piano questo personaggio “scappa di mano” al suo autore e diventa grande, nobile, saggio nella sua follia. Anche il cinico Sancho ne resta influenzato (come Watson prende un poco da Holmes, per riprendere il paragone) e quando “rinsavisce” sappiamo che non può che morire mentre Sancho, che ha sperimentato la vanità del potere a causa di uno scherzo crudele, vuole diventare come lui. Forse piano piano Cervantes si era rivisto nel suo personaggio, crudelmente sbeffeggiato dal cinismo del mondo. Quei nobilastri e quei plebei cinici che si facevano beffe dell’hidalgo che voleva restaurare la cavalleria non erano diversi da quelli che si facevano beffe del vecchio eroe mutilato di Lepanto. Cervantes aveva compreso che lui non era tanto diverso da quel personaggio che aveva inventato per deridere la moda dei romanzi cavallereschi e che ora gli appariva un uomo di buon cuore (il vero nome di don Chisciotte è don Alonso Quijano el Bueno) emarginato in un mondo di merda. E comincia a volergli davvero bene. E qui la parodia si innalza e questo romanzo picaresco diventa il più grande romanzo di tutti i tempi, una miniera inesauribile cui attingere.
Don Chisciotte alla fine muore perché non può vivere in quel mondo che rigetta come fuori moda la sua visione della vita, perché se erano di moda i romanzi cavallereschi la pratica cavalleresca era tramontata. Molti hanno interpretato don Chisciotte come l’idealista che vuole “cambiare il mondo”. Ma se così fosse don Chisciotte sarebbe l’archetipo del fanatico come Robespierre o Che Guevara. All’inizio forse c’è anche un germe di fanatismo, ma don Chisciotte è soprattutto un uomo vissuto fuori tempo massimo, che semplicemente vuole vivere secondo uno schema considerato obsoleto. Come chi oggi vuole fare il poeta o l’artista in un mondo di politici e businessmen. Per questo muore.
Cervantes, il vecchio e povero reduce, non poteva non rispecchiarsi.
